Vincenzo Ragusa giunse a Tokyo in un umido giorno di novembre del 1876. Insieme a un gruppo di altri artisti italiani, lo scultore palermitano era stato invitato in Giappone per fondarvi l’Accademia di Belle Arti. Il paese era in grandissimo fermento.

Otto anni prima, nel 1868, la guerra civile aveva posto fine allo shogunato (dominio feudale) e rimesso sul trono l’imperatore: dopo oltre due secoli di assoluto isolamento rispetto al resto del mondo, il Giappone si era aperto all’occidente, con un entusiasmo straordinario. In pochi anni venne avviato un rinnovamento tumultuoso che coinvolgeva ogni settore, dalle poste alle ferrovie passando per la letteratura.

Ragusa, che all’epoca aveva 35 anni, era un bel giovane dalla lunga barba e lo sguardo intenso, ex garibaldino. L’anno precedente aveva vinto un concorso, indetto dal governo giapponese, per consulenti ai quali affidare la nuova scuola d’arte. I concorsi, per inciso, erano stati banditi in tutta Europa e negli Stati Uniti, ed erano diversi secondo i paesi: i giapponesi ricercavano consulenti industriali in Gran Bretagna, medici in Germania, agricoli negli Stati Uniti e così via. In Italia era stata individuata una specifica competenza artistica.

Vincenzo Ragusa era affascinato dal Giappone. Tutto di quel paese così diverso e lontano dalla sua Palermo gli sembrava meraviglioso, dai paesaggi all’affidabilità dei giapponesi. Quando non lavorava, amava trascorrere il tempo libero passeggiando e fu durante una di queste escursioni che incontrò O Tama.

La pittura del mondo fluttuante

Nel 1876, O Tama Kiyohara aveva 15 anni. Era una pittrice in erba, dotata di grande talento. Ragusa raccontò di averla vista per la prima volta mentre passava davanti a una semplice casa di legno, mentre dipingeva, silenziosa, “strani fiori e strani uccelli su un lungo ventaglio”. Era una pittura sognante che nasceva dall’ukiyo-e, lo stile di stampa del periodo Edo, una pittura istintuale che O Tama sentiva fluire direttamente dalle sue dita. Possiamo immaginare i pensieri e le sensazioni di Vincenzo Ragusa davanti a quella visione. Nei mesi che seguirono, lo scultore siciliano si dedicò alla realizzazione della scuola e a insegnare agli allievi giapponesi la scultura, il modellato e la fusione. Ma anche a fare la corte alla bella giapponese, la figlia del custode del tempio. Subito capì che il modo per arrivare al suo cuore era l’arte, e così ideò uno stratagemma. Con la scusa di insegnarle lo stile naturalistico che andava per la maggiore in Europa, cominciò a riempirle la casa di doni: piante d’ogni genere, con fiori, tralci, frutti e foglie di tutte le misure e colori; e poi oche, cigni, anatre per popolare il piccolo lago del giardino, perfino pavoni. Per mostrarle il fascino e le forme guizzanti dei pesci fece realizzare una vasca di cristallo trasparente, in cui nuotavano koi dai colori brillanti. La giovane O Tama sulle prime reagì con fastidio a tutti quei regali non richiesti che però, pian piano, sortirono l’effetto desiderato: spingerla a dipingere dal vero e fra le braccia dello scultore siciliano. I due, accomunati dalla passione per l’arte, cominciarono a frequentarsi. Nel 1878, O Tama fu la prima giapponese a posare per un artista europeo: Vincenzo realizzò un busto bronzeo della ragazza, il primo di una lunga serie di ritratti che gli vennero subito richiesti.

Ritorno in Sicilia

Nel 1882, Vincenzo Ragusa decise di tornare in Sicilia e chiese a O Tama di seguirlo. La ragazza, che aveva appena compiuto 21 anni, acconsentì. Con loro si imbarcarono altri due membri della famiglia: O Chio, la sorella, bravissima ricamatrice, e Einosuke, il marito di lei, esperto artigiano della lacca. L’idea di Ragusa era quella di creare a Palermo, che in quegli anni viveva il rigoglioso fermento della Belle Epoque, una fabbrica di mobili laccati, porcellane decorate e altri oggetti meravigliosi. Qui avrebbero lavorato maestranze opportunamente formate nella Scuola Officina che lui stesso intendeva creare, una scuola di arte applicata all’industra dalla quale sarebbero uscite figure professionali inedite ma utilissime in quell’Italia in costruzione. Alla scuola avrebbe annesso un museo in cui sarebbe stata esposta la sua sterminata collezione di arte giapponese, oltre 4000 oggetti che aveva raccolto negli otto anni in Giappone. Quando sbarcò a Palermo i facchini ebbero un gran da fare a trasportare le 110 delicatissime casse in cui aveva riposto vasi di bronzo e stoffe dipinte a mano, armature da samurai e libri illustrati, suppellettili in legno laccato e miniature di filigrana d’argento. La scuola in effetti aprì i battenti ma il museo non vide mai la luce. In due riprese, lo scultore fu costretto a vendere quasi tutta la sua collezione, che venne acquistata dal Museo Luigi Pigorini di Roma.

Due artisti della Belle Epoque

A Palermo la giovane O Tama si ambientò benissimo. Insegnava pittura e ricamo alle ragazze della buona società di Palermo, frequentando le famiglie più in vista, dai Florio ai principi di Scalea, dai Whitaker ai Tasca, si occupava di opere benefiche e affiancava Vincenzo nei suoi tanti progetti, a partire dalla Scuola Officina (oggi è un liceo artistico, intitolato proprio a Vincenzo Ragusa e O Tama Kiyohara).Nel 1888 si fece battezzare e prese il nome Eleonora, lo stesso anno in cui Vincenzo vinse il concorso per la realizzazione di una statua di Garibaldi. Nel 1892 il monumento equestre venne collocato nella villetta di fronte al Giardino Inglese durante l’Esposizione Internazionale, un evento di ampio respiro che per molti mesi pose Palermo al centro dell’attenzione. Nel 1901 i due si sposano, 25 anni dopo il loro primo incontro. Presero casa nel quartiere Perez e qui vissero per tutti gli anni a seguire. Vincenzo morì nel 1927 ma O Tama ormai si sentiva siciliana e, nonostante le insistenze della famiglia in Giappone, non voleva saperne di tornare laggiù. Alla fine, nel 1931, fu spedita in Italia la sedicenne Hatsue, con il compito di convincere O Tama che ormai, fra l’altro, aveva pure praticamente dimenticato il giapponese. Dopo due anni di insistenze, la ragazza giocò l’estrema carta: disse alla zia che se non si fosse imbarcata con lei, non appena fosse giunta in vista delle coste giapponesi si sarebbe buttata in mare. Davanti a questa minaccia, O Tama capitolò e, dopo aver imballato i quadri ai quali era più affezionata e le sculture del marito, partì.

Morì nel 1939. Per obbedire alla sua volontà, nel 1985 Hatsue è tornata a Palermo riportando una parte delle ceneri di O Tama, che sono state sepolte nella stessa tomba del marito, nel cimitero dei Rotoli.