L’Orecchio di Dionisio è senza dubbio uno dei luoghi più conosciuti del parco archeologico di Siracusa. Nessuna guida turistica trascura di portarvi i propri ospiti né di raccontare perché si chiama così, riferendo l’antica leggenda secondo cui, appostato in cima alla cava, il tiranno Dionisio riusciva ad ascoltare anche i bisbigli degli schiavi che lavoravano da basso.

Qualche anno fa, durante una visita, la mia guida siracusana si piazzò al centro della cava e intonò un’aria d’opera con inattesa, potente voce tenorile, per dimostrare l’acustica di questo spazio roccioso scavato nella candida pietra calcarea. Mi disse anche che era stato Michelangelo da Caravaggio, in visita a Siracusa durante i suoi vagabondaggi mediterranei, a coniare il nome per questa latomia, incosapevolmente donando all’antro un’ulteriore suggestione.

Le alte pareti della Latomia del Paradiso. L’apertura sulla destra nasconde un cunicolo che conduce alla Latomia dell’Intagliatella

L’Orecchio si trova nella grande Latomia del Paradiso, una gigantesca cava di pietra, la più orientale fra quelle che segnavano il confine dell’antica Siracusa verso nord, intagliando il costone roccioso. Qui per molti secoli lavorarono gli schiavi che avevano il compito di cavare la pietra necessaria alla costruzione di case e monumenti della città. È stato calcolato che questi disgraziati abbiano estratto da qui quasi 900.000 mc di roccia, spesso lasciandoci le penne (senza che ciò importasse a nessuno, ovviamente).

L’accesso alla Grotta dei Cordari. Un albero, totalmente ricoperto da altra vegetazione, si è praticamente “sdraiato” per superare gli ostacoli e trovare la luce

Perlopiù i blocchi di roccia venivano estratti a cielo aperto, ma capitava che per rintracciare gli strati più compatti, e quindi di migliore qualità, fosse necessario scavare all’interno del costone roccioso. In questo modo si venivano a creare gigantesche caverne, con pareti alte fino a 40 metri, le volte sorrette da massicci piloni appositamente risparmiati dalle picozze. Col tempo – e i terremoti – le volte della maggior parte delle grotte sono crollate, lasciando un ampio spazio verdeggiante. In una delle cavità rimaste, circa tre secoli fa si sistemarono gli artigiani siracusani che realizzavano corde e questo fu il loro luogo di lavoro fino al 1983, quando l’ultimo mastro andò in pensione.

Vista sulla Latomia del Paradiso

Da allora, quella che nel frattempo per tutti era la Grotta dei Cordari è rimasta sbarrata e la vegetazione ha potuto prendere possesso del luogo, crescendo liberamente per quasi quarant’anni. I visitatori passavano davanti a una vera e propria selva, senza sospettare dell’esistenza di altre cavità. Che invece c’erano e ci sono, e sono anche incredibilmente suggestive. Ci sono voluti mesi di lavoro e un numero indefinito di tir per portare via l’edera, le canne, i rovi e gli sterpi di quattro decenni, ma oggi il nuovo percorso è pronto e, con la riapertura tanto desiderata, è pienamente fruibile.

La Grotta dei Cordari è un luogo ammaliante. Le volte sono altissime, le pareti di roccia di diverso colore. Qui e là il muschio e il capelvenere cercano di farsi strada, le pozze d’acqua – piovana o infiltratasi dal sottosuolo – hanno incredibili cromie dovute a despositi minerali. Accanto c’è la Grotta del Salnitro, non meno affascinante. Il nome è dovuto al fatto che sulle pareti umide si depositava appunto questo materiale, facile da recuperare e utilizzare. Davanti all’imboccatura della grotta è crollato un masso gigantesco, su di esso i piani di stacco dei blocchi calcare si susseguono come una sorta di gradinata, segno tangibile dell’estrazione della pietra.

La “piscina romana”

Il percorso è ancora in fase di completamento. Si snoderà verso la zona orientale del Parco, oltre la “piscina romana”, un serbatoio d’acqua frutto della trasformazione di una piccola latomia fra il I e il III secolo d.C. (un canale lo collegava all’Anfiteatro, provvedendo l’acqua per le Naumachie), immergendosi poi nella Latomia di Santa Venera. Meno grandiosa, è comunque molto pittoresca per via della vegetazione racchiusa fra le alte pareti rocciose, fra cui spicca un gigantesco ficus secolare.

Nel Settecento, il barone della Targeia lo trasformò in un giardino subtropicale. Un cancello serra l’accesso alla più piccola latomia dell’Intagliatella, sulla quale si deve ancora intervenire: la vegetazione l’ha trasformata in un’Amazzonia in sedicesimo. Dalla latomia un sentiero conduce all’ultima tappa, la cosiddetta Tomba di Archimede, un sepolcro romano che in realtà non ha nulla a che vedere con lo scienziato siracusano. Pare che l’abbaglio, ormai storicizzato, sia stato dovuto al timpano che sovrasta l’apertura, dando eleganza alla tomba, e soprattutto alla presenza di un’incisione di una sfera iscritta in un cilindro, figura legata alle sperimentazioni di Archimede.