Il terremoto non è una persona, non lo si può accusare di essere subdolo. È un fenomeno naturale, quando arriva, arriva. Eppure, quello del 1693 fu un terremoto ingannatore, crudele.

La distruzione del terremoto in una stampa tedesca

La prima scossa arrivò di notte, come un vento apocalittico, come un fragore assordante. Alcuni non se ne accorsero nemmeno, continuando a dormire d’un sonno eterno. Altri si svegliarono, il sapore metallico e polveroso del terremoto in bocca, il cuore talmente gonfio di paura che sembrava che si sarebbe fermato da un momento all’altro. Era la notte del 9 gennaio, tutti si riversarono in strada. Aspettarono, ore e ore, senza osare muoversi, mangiare, respirare, seppellire i morti. Ma non accadde nulla, e tutti si quietarono. Così, quando il terremoto tornò, dopo due giorni, poté distruggere e uccidere ancor più della prima volta. Molto di più.

Sono passati più di tre secoli, eppure quel terremoto, uno degli eventi catastrofici più gravi accaduti in Italia in epoca storica, è ancora ben presente nella memoria e nei luoghi. L’ho incontrato, pochi giorni fa, alle porte di Buscemi.

Il Castello Requesenz è un bellissimo rudere. Sembra un ossimoro ma, quando si arriva in cima al basso monte su cui si stagliano le rovine,l’impressione è davvero quella di una grande bellezza. Ci sono archi che miracolosamente conservano il loro slancio, e volte e finestre che dopo trecento anni inquadrano ancora il panorama.

L’edificio venne buttato giù dal terremoto, la castellana donna Vincenza Morso rimase fra le rovine perché, malignamente dicevano in paese, dove evidentemente non l’avevano in particolare simpatia, aveva preteso di fuggire indossando la sua veste elegante, e l’orlo della gonna si impigliò fra le pietre che imgombravano la soglia.

Il marito, Salvatore Francesco Requesenz (o Requisenz, o anche Requesens: erano talmente nobili, i proprietari del castello, che avevano un nome con tre grafie diverse) se ne stava tranquillo a Palermo, dove rivestiva la carica di deputato del Regno. Risiedeva nell’elegantissima dimora di famiglia, che peraltro esiste ancora, anche se divisa a metà da vicissitudini ereditarie: è il Palazzo dei Principi di Pantelleria, perché anche questo titolo avevano i Requesenz, oltre a quello di conti di Buscemi e numerosi altri.

Discendevano da Bernardo Requesenz, cortigiano di re Alfonso d’Aragona e da questi nominato Vicerè di Sicilia. Un incarico prestigioso, remunerativo e che, soprattutto, aveva ampi margini di possibilità quanto a miglioramento della propria posizione economica e sociale. Così Bernardo acquistò Augusta e Iaci, il figlio Luigi l’isola di Pantelleria (di cui i Requesenz divennero baroni e, dal 1620, principi), mentre il nipote Bernardo, nel 1528, fece un ottimo matrimonio con Giulia Ventimiglia, figlia del barone di Buscemi, donna titolata e con una ricca dote che comprendeva, fra tante cose, il castello della sua famiglia.

La dimora era grande, un po’ fuori dal paese, su un basso rilievo pietroso. L’aveva fatta realizzare, all’incirca un paio di secoli prima, l’avo Guglielmo Ventimiglia, ampliando e rafforzando un fortilizio arabo di incerta fondazione, ricordato dal geografo Edrisi come qal’at (fortezza) di un non meglio precisato Abi Samah. Sia come sia, Giulia e Bernardo non se ne preoccuparono granché visto che il vecchio castello non era affatto adatto come residenza. Dopo le nozze si trasferirono a Palermo e solo occasionalmente Giulia si fece rivedere a Buscemi, della quale nel frattempo aveva ottenuto il titolo di contessa.

Come accennato, i Requesenz rimasero perlopiù lontani da Buscemi. Decisero di non ricostruire il castello, dove comunque non avevano interesse a recarsi e disposero che i ruderi venissero utilizzati per costruire un convento francescano. Ultimato nel 1756, col tempo è rovinato anch’esso.

Salite fin quassù, ne vale la pena e ne sarete ripagati. Non solo dalla bellezza romantica delle vecchie pietre rovinate, ma anche dalla vastità del panorama. Se da una parte, infatti, lo sguardo si ferma sul pittoresco profilo di Buscemi, dall’altro spazia libero per decine e decine di chilometri sui morbidi rilievi degli Iblei. Uno spettacolo, che da solo vale la passeggiata.